Guardiagrele: Regina delle “città di pietra”

"Le due facce del nostro borgo secondo D'Annunzio"

| di Chiara Pirani
| Categoria: Varie
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Guardiagrele, la città di pietra, risplendeva al sereno di maggio. Un vento fresco agitava le erbe su le grondaie. Santa Maria Maggiore aveva per tutte le fenditure, dalla base al fastigio, certe pianticelle delicate, fiorite di fiori violetti, innumerevoli cosicché l'antichissimo Duomo sorgeva nell'aria cerulea tutto coperto di fiori marmorei e di fiori vivi.”, narra Gabriele D'Annunzio nel suo “Trionfo della morte”, romanzo psicologico composto nel 1894, facente parte della trilogia relativa al cosiddetto “Ciclo della Rosa”, insieme con “Il piacere” e “L'innocente”.

L'autore sembra essere in cerca di un ambiente caratteristico e particolare, che serva quasi ad “anticipare” la sua penna, che ha il compito di tracciare la storia e i profili dei personaggi.

La sua scelta cade proprio sulla nostra Guardiagrele, “patria” del nobile protagonista Giorgio Aurispa. Lo stemma della sua famiglia campeggia scolpito nel bianco marmo sul portone centrale di Santa Maria Maggiore, emblema del paese e simbolo dal valore inestimabile.

L'Aurispa, nella sua incontenibile malinconia, scopre il valore della speranza “nascosto” nei fiori montani e nella visione della Cattedrale stessa, che sembra infondergli la giusta dose di coraggio per andare avanti sempre, nonostante difficoltà, ostacoli e peripezie da affrontare.

Ma se l'emblematico monumento rispecchia e racchiude la grandezza del borgo, allo stesso modo, osservando il rovescio della medaglia, nelle parole tracciate da D'Annunzio si può scorgere un senso di amarezza e di rammarico nei confronti di ciò che lo circonda: “il resto è polvere”, così come lo sono “i cittadini rozzi della città e dell'intera zona d'Abruzzo”, che appaiono sgraziati in tutto ciò che fanno.

Ne deriva una sorta di “doppia personalità” del borgo guardiese, paragonabile a quella dell'esteta stesso. Dietro il “bello”, di cui egli si fa cultore e portavoce, sembra celarsi un “lato oscuro”: l'autore, o il personaggio in cui si serve, deve probabilmente “regolare i conti” con la cittadina, pur mascherando la sua nostalgia, e sceglie di farlo “armandosi” delle parole.

Non disdegna, poi, di bersagliare la gente del posto, sottolineando l'ingenuità e l'infondatezza delle credenze popolari in maghi e fantasmi e scorgendo nei volti delle anziane donne lineamenti simili a quelli delle streghe.

Questa critica profondamente sentita è indice dell'intensa conflittualità che “lega” D'Annunzio al suo paese natio, proiettata nel suo personaggio, il suo “alter ego”, Giorgio Aurispa, che alla fine si allontana per sempre dalla sua Guardiagrele, in cui, però, con gli occhi dell'esteta, è capace di scorgere un misto di sofferenza, malinconia ed emozionante poesia

Chiara Pirani

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