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La Grotta “dei faggi” festeggia il suo 23º anniversario: era il 6 agosto 1988

Una scoperta di speleologi locali

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La grotta più importante d’Abruzzo, dopo quella del Cavallone, è quella detta “dei faggi”. A quota 1.100 metri, ubicata all’interno del Parco Nazionale della Maiella, e precisamente nella Riserva Naturale Feudo “d’Ugni”, nel territorio di Pennapiedimonte, tra le Valli di Selva Romana e dell’Inferno. Le pagine de “Il Centro” del 12 agosto 1988 così davano la notizia della sua identificazione: «Clamorosa scoperta di 4 appassionati. La Maiella misteriosa svela la grotta dei “faggi”». Una meraviglia custodita gelosamente per anni dalla montagna madre che solo veri esperti poteva trovare. Un percorso difficile, a tratti inaccessibile, un’entrata da affrontare solo con l’ausilio di corde. La sua cavità è di difficilissimo accesso ed è ubicata lontana da ogni sentiero. Solo chi è nato e cresciuto sotto quel massiccio roccioso e ne conosce ogni pericolo può essere talmente coraggioso. «Lo stesso coraggio di cui sono muniti Domenico Di Placido, 41 anni, originario di Pennapiedimonte, artigiano, da molti anni trapiantato a Milano; Enrico Di Prinzio, 24 anni, operaio; Carmine Taraborrelli, 35 anni, operaio e Filippo Di Santo, 30 anni, studente universitario, tutti di Pennapiedimonte». Quattro amici, all’epoca quattro ragazzi muniti di sacco a pelo ed entusiasmo, battezzarono, con la loro fantasia, la grotta “dei faggi” per il folto bosco che scende in un ripido pendio a ridosso della sua entrata. Inoltre, di fronte l’entrata, è possibile ammirare un bel prato di “Aquilegia Ottonis”, di origine balcanica, che in tutta Italia vive solo sulla Maiella. Continua “Il Centro”: «La montagna aveva ancora qualcosa da donare e chissà che atmosfera elettrizzante deve essersi diffusa il sei agosto scorso tra i quattro “arditi” che hanno infranto solo l’ultimo di quei segreti, tenuto miracolosamente nascosto nei secoli alla curiosità dell’uomo e all’onnipresente impatto, spesso brutale, della sua civiltà». L’allora direttore della Forestale, Giuseppe Polci, stentava a credere alla comunicazione della notizia. Dopo una verifica personale, definì la scoperta un vero e proprio evento. Gli scopritori «[p]iù volte mi avevano chiesto l’autorizzazione di accedere nella riserva, per esplorare buchi e forre, ora avranno di che divertirsi». Uno stupendo scenario di stalattiti e stalagmiti, regalate dalla natura calcarea della Maiella. La grotta all’interno è di 350 metri di lunghezza, lateralmente di circa 150: tre grandi camere con un’altezza che varia dai 50 ai 60 metri. Di grande effetto, al suo interno, sono le concrezioni a “zanna di elefante”, dal loro colore bianco candido, costituite da calcite ed aragonite. In questa cavità, sono stati rinvenuti interessanti reperti ossei quali il cranio, quasi completo, di un giovane esemplare di Orso bruno risalente a circa 10.000 anni fa (adesso nelle mani di studiosi dell’Università di Firenze) e frammenti appartenenti, con tutta probabilità, allo Stambecco. La Riserva è visitabile perché attraversata da una pista Forestale (U1) carrabile, ma chiusa al traffico, che sale gradualmente dai “Tornelli” di Palombaro fino alla montagna “d’Ugni”. Informazioni e visite guidate: Corpo Forestale dello Stato Coordinamento Territoriale per l’Ambiente del Parco della Maiella - Comando di Stazione di Palombaro. Tel. 0871 895145 - 0871 895530.
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