PIOVONO RISATE CON “QUEST PURE JÈ LU VER”

La spettacolare Genoveffa fa ri-esplodere il teatro Garden

| di Serena Taraborrelli
| Categoria: Arte
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Una Santa Lucia corale apre la scena in un salotto di casa, un vecchio televisore, poltrona verde di velluto e foto di avi appese alle pareti. Entra in scena Rosina (Lella di Crescenzo), maglia rossa, gonna e camicia a pois, stonando a squarciagola «Non ho l’età» ... Non ha l’età per amarlo, non ha l’età per uscire sola con lui, Ciccillo (Fabio Di Crescenzo), il bello e giovane amante, l’antico amore fin da quando andavano «a fa la jerv pe’ li cunjj», che nulla ha a che vedere con Camillo, suo marito, ricoverato in ospedale perchè capace di bersi anche tutta la Cantina Tollo, «te cas e quatrin e nu panzon pien di vin». Rosina è solo una donzelletta di 22 anni che lo ha sposato per volere della famiglia, per denaro, perchè ormai in età da marito e perchè Ciccillo si attardava a tornare dal Venezuela. È ormai incinta del suo amante, non sa come uscirne fuori perchè il padre legittimo è ricoverato da mesi, lo sta andando a trovare in ospedale... Quando... Per grazia, o per miracolo, Camillo muore. La scena è animata e raccontata dal pettegolezzo paesano delle comare Genoveffa (Gina Rullo) e Marcamille (Mariele Sciubba), la prima donna di mondo, che è arrivata fino a Roma, e la seconda pura e «allibata». Genoveffa spettegolerà tutti i retroscena, da brava “carabiniero” conosce l’arte di appurare: Rosina è avvezza al tradimento perchè anche essa non è figlia legittima ma, del Conte «Quindo Rusin è pazz e sfatjat, con i grilli pe’ la cocc». Sa tutto di Rosina e Ciccillo perchè «gli hann tenut le post». Infondo Camillo è stato scelto dalla sua famiglia, che lo ha attirato con astuzia: «Eh, Camill vì a assaggià lu vin cott, le foij, lu ciff e ciaff...» e lui ha ricambiato con «le catene d’oro, il diamanto, il rilloggio, il giro di nozze a Roma e Firenze», tutto grazie a 20 anni di Canadà. Se ha voluto la donzelletta adesso si tiene anche le corna, anche perchè Camillo, grazie all’opera del Dottore (Nico Di Crescenzo) è ancora in vita, «arifiata: ha stata una morte parente!». Bisogna adottare una terapia abortiva, non farlo più bere e farlo astenere dal sesso. Qualcuno gli offrirà l’ultimo bicchiere di vino e spirerà davvero. Tornerà in scena l’Impresario (Giacomo Ferrara) e si penserà di nuovo a fargli un funerale... «Avast na messtella lett, ca lu Padr atern ci pens», dirà Ciccillo, «quest pur è lu ver», risponderà il coro paesano. Infondo quello che è successo è stato solo per amore... Questo pure è vero! Il dialetto, lingua dell’anima e specchio di mentalità. Il dialetto abruzzese, dimenticato e non capito nel resto d’Italia, per la scarsa musicalità e per la sua durezza : palatizzazioni, raddoppiamenti intervocalici di «b» e «g», usato poco anche dagli stessi abitanti, quasi per un senso di vergogna. Isolati per anni nelle nostre montagne saccheggiate da briganti, quando anche il Boccaccio parlando della pietra filosofare la collocava «più in là che Abruzzi». Perdere un tale patrimonio equivarrebbe a perdere parte della propria identità e Guardiagrele lo sa bene: sa ironizzare sui nostri finali incerti di parola, sulle lenizioni e sonorizzazoni e non ha mai perso di vista le proprie radici. Popolo contadino, dalla mentalità pratica e saggia, ricco di proverbi e modi di dire. Sentenze morali e religiose, esprimono idee e credenze comunemente accettate con lo scopo di educare. Affondano le loro radici nel folklore e sono stati trasmessi dalla tradizione orale. Prendono spunto dalla vita quotidiana, dalle superstizioni, alle condizioni del tempo e, come direbbe Shakespeare, «c’è più filosofia sana e razionale nei proverbi che in tutta la filosofia». La commedia si affida a tale patrimonio paremiologico riscontrando che ognuno di essi, infondo, ha una sua ragione... “Quest pur jè lu ver”. La commedia dialettale di Clara Perrotti è stata diretta e rielaborata dal regista Nico Di Crescenzo, attore e cantante a Roma. Il nuovo gruppo dialettale, composto da attori locali, aveva già entusiasmato il pubblico al suo debutto del 7 gennaio, pubblico che non si stanca di applaudirli di nuovo numerosi. Un tributo particolare spetta agli interpreti, calatisi perfettamente nei ruoli e nelle mentalità, capaci di ironizzare su aspetti, a volte spiacevoli, della nostra piccola realtà. Capaci di improvvisare, come farà più volte Gina Rullo, la spumeggiante Genoveffa. Dalla battuta pronta e pungente, dalla simpatia unica che solo le comare hanno. Nico Di Crescenzo può ritenersi soddisfatto dell’ottimo lavoro svolto per il suo paese ed aggiunge: «Sono soddisfattissimo e soddisfatti lo siamo tutti, a partire dagli addetti ai lavori, dal cast agli attori. Questo paese ha bisogno di avere una compagnia dialettale. Ci sono progetti ancora non sicuri, l’idea è quella di fare una rassegna dialettale guardiese, di riattivare e sfruttare la struttura del bellissimo teatro Garden, per far approdare qui spettacoli di alto livello, perchè credo che a Guardiagrele il teatro piaccia, in ogni sua forma. Sono un cantante e un attore, vivo a Roma ma, è mia premura dare ai miei paesani la possibilità di divertirsi, riscoprendo il teatro, che sia esso dialettale, di prosa o musicale. Sono in incubatrice molti progetti che cercheremo di realizzare, anche con l’appoggio della disponibile ed entusiasta amministrazione comunale attuale». La fine dello spettacolo, accompagnata da una pioggia di applausi, ha visto salire sul palco la regina del teatro dialettale abruzzese, Luana Federico che ha estratto i tre vincitori della lotteria, messa in palio per i possessori del biglietto d’ingresso: primo premio offerto da Achille Pica; secondo premio da Benetton; terzo premio dal pub Fez. Si ringraziano il cinema teatro Garden, per l’organizzazione e lo scenario suggestivo; la comunità montana; l’amministrazione comunale, senza la quale lo spettacolo non sarebbe stato possibile, il sindaco Salvi e l’assessore Iezzi, sempre entusiasti per la vitalità del proprio borgo, sempre attenti alle esigenze dei suoi abitanti. Importante partire dalla cultura, dalla nostra cultura e tradizione per non far cadere nel dimenticatoio un patrimonio linguistico e letterario, ricco di storia e propriamente abruzzese.

Serena Taraborrelli

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