ACCIAIO: DA VIA STALINGRADO A VIA GRAMSCI

Una classe operaia “inesistente” che «si rifiuta di votare gli sfigati»

| di Serena Taraborrelli
| Categoria: Storia
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Da Piombino a Guardiagrele, la provincia sulla scena. Provincia italiana industriale, un pezzo non trascurabile del nostro paese, un pezzo spesso taciuto. Via Stalingrado, per Silvia Avallone, è una via qualsiasi, di un qualsiasi posto nell’ombra. Una fabbrica, quella della Lucchini e la sua storia che affonda le radice nei giacimenti di ferro dell’Elba. Una classe operaia dominata dalla potenza di AFO 4, l’altoforno, che al pari di gatti non riesce ad alzarsi: può spezzarsi la schiena o diventare buona a nulla, tentando la fortuna in facili strade, ma la vita resterà sempre più dura, più cruda. Il degrado sociale è separato dal mare, lì azzurro, pronto a dividere i finti ricchi da quelli che non arrivano a fine mese. «Il mare e i muri di quei casermoni sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlavano contro non c’era niente da fare: via Stalingrado, per chi non vi viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria». Un muro, a Piombino come a Guardiagrele, divide a metà ricchi operai da rozzi operai. In via Stalingrado, come in via Gramsci o in qualsiasi altra, tristi serate di provincia si susseguono, lasciando ingoiare un po’ di amaro e dolce. Cresciuti nei bar ed addestrati alle otto ore in fabbrica, soprattutto nel settore metalmeccanico, con un futuro incerto ed una realtà che ha ben poco da offrire: rubare un po’ di rame qua e là; una tirata di cocaina per reggere alti ritmi; una serata in discoteca al Gilda; un salto al night. Dove unica speranza e sogno resta vincere al Gratta&vinci o diventare velina, di certo non diventare medici o avvocati.. Così Anna e Francesca sbattono la loro bellezza in faccia. Così Alessio sogna una Golf GT e suo padre un Rolex al polso. Così la classe operaia, nel tempo in cui si dice che non esista più, sogna la ricchezza. Così Alessio sogna mentre timbra il cartellino: «Io non li voto gli sfigati, mi rifiuto. […] I comunisti sono mezze seghe». Un’Italia in cerca di identità che dimentica gli effetti negativi di una vita in fabbrica; del triste ripetersi del lavoro; dell’ansia di avere un contratto a tempo determinato; del sentirsi gli ultimi anelli di una catena, i più produttivi ma i meno ricompensati; dimentica le morti bianche come quella di Alessio, e non importa la sua giovane età, o i giganti assottigliati come Enrico. «Importava all’azienda appurare che non fosse loro la responsabilità ma, del caso. Cos’è esattamente uno zero che va in depressione, un uomo che può essere sostituito da ventimila marocchini, rumeni, italiani, in fila là fuori». Nonostante tutto ciò la classe operaia continua a sognare la Porche Cayenne.

Serena Taraborrelli

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