Un tesoro nascosto sulla Majella, storia del brigante Domenico Di Sciascio

Miseria ed oppressione, furti e taglie

| di Serena Taraborrelli
| Categoria: Storia
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«La miseria, la fame, le carestie, le pesti e l’inasprimento fiscale che attanagliavano le popolazioni favorirono l’accrescersi di compagnie organizzate da banditi, che, nonostante leggi severissime, si facevano sempre intraprendenti, saccheggiando città e castelli. […] [C]apitani dei banditi erano assai di frequente ex comandanti di compagnia di ventura, che si avvalevano di gente malfamata e spregiudicata». Così raccontano il Del Villano ed il di Tillo nel libro “Abruzzo nel tempo”. Il brigantaggio è un movimento popolare che nasce spontaneo quando la gente si viene a trovare in una situazione disperata di miseria ed oppressione. Nei primi anni del Seicento, sotto la dominazione spagnola, si hanno le prime apparizioni del fenomeno in Italia. Nel periodo borbonico, dopo la fuga di Ferdinando il Borbone, bande organizzate operarono per la restaurazione del loro regno. Nel 1834 nacque a Guardiagrele, in contrada Caprafico, da famiglia povera, il brigante Domenico Di Sciascio. Dopo sette anni di servizio nell’esercito borbonico, smobilitato, prese la via del brigantaggio pur di non tornare a fare il contadino. Entrò nella “Brigata Majella” e fu ben presto capobanda insieme a Salvatore Scenna di Orsogna. Nella banda anche i fratelli Antonio e Giovanni Di Sciascio. Rifugio sicuro, la montagna, le cime nelle loro mani. Per rifornirsi usati furti e razzie tra pastori ed abitanti dei villaggi adiacenti. Le case dei benestanti, derubate di ogni bene. Nel 1865 la banda Di Sciascio era ridotta a cinque-sei elementi (nel 1864 fucilato Giovanni in piazza Garibaldi, a Guardiagrele. Nel 1865 ucciso l’altro fratello, Antonio). Sulla testa del capo fu fissata una grossa taglia e, nel 1865, Domenico Di Sciascio venne ucciso a tradimento, nel sonno, dal compagno Nicola Colanero che intascò, così, una taglia di 4000 lire. La Majella, tra mistero e leggenda, nasconde i resti di quel tesoro accumulato e custodito gelosamente dai briganti. Oro, monete, gioielli interrati nella montagna con la speranza di poter tornare, un giorno, a riprenderli. Carcere, ergastolo e morte improvvisa fecero dimenticare per sempre tale tesoro. Un ex brigante di Castelfrentano, graziato dal suo ergastolo ed ormai molto vecchio, svelò il suo segreto ad un maestro di Pennapiedimonte capitato lì. Fu tracciata una cartina… Sulla cima della “Canala Bianca”, sul costone di Selva Romana, era seppellito un baule colmo di monete d’oro e d’argento, di monili e preziosi. Quel tesoro non fu mai trovato e forse riposa ancora sulla Majella. Chissà se mai, con attrezzature moderne, con rivelatori metallici, si riuscirà a riportarlo in vita.

Serena Taraborrelli

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