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La crisi va di Moody’s

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Nel mezzo di una situazione economica complessa, che non riguarda solo le alte sfere della finanza ma coinvolge nel quotidiano gli interessi degli italiani, potrebbe essere utile addentrarsi nel lessico economico-finanziario dalla stampa, al fine di trarre spunti di riflessione su quello che accade, a partire dalla lingua. La stampa nazionale, in crescendo nell’ultima settimana, ha letto con preoccupazione la situazione finanziaria dell’Eurozona; a rischio anche e soprattutto le banche e i mercati italiani, in quella che, senza troppa fantasia, è stata definita una «settimana nera». Questo mentre negli USA, Casa Bianca e Congresso, cercano un accordo per evitare il fallimento. Nell’affrontare queste tematiche, troppo spesso, i media si rivelano poco sensibili alle esigenze del lettore/ascoltatore, verosimilmente smarrito di fronte all’uso disinvolto e poco funzionale dei linguaggi specialistici. Si assiste infatti a un costante scivolamento nell’uso quotidiano di lessico tecnico che ha il vantaggio di identificare l’oggetto della discussione senza ambiguità ma lo svantaggio di essere estraneo alla maggior parte degli utenti. Cresce inoltre la quantità di linguaggio specialistico preso in prestito dall’inglese, ulteriore complicazione nel quadro lessicale: si chiamava “fallimento” ora, l’insolvenza degli obblighi contrattuali, si chiama “default”, le “obbligazioni” si chiamano “bond” e il termine specialistico “spread” risuona come un jingle di Carosello. Il lessico economico, meglio se d’importazione anglosassone, è tra i più produttivi per la forte presa sugli interessi concreti della gente e per il ruolo prestigioso che la questione economica ha assunto nel dibattito politico, nazionale e internazionale. Tuttavia l’uso dei linguaggi specialistici al di fuori della comunità degli addetti ai lavori, spesso non accompagnato da un’argomentazione adeguata e chiarificatrice, ha spesso tutti i segni dello snobismo: odioso quanto oscurantista. Nel tentativo di fare chiarezza, potrebbe essere utile un piccolo glossario del lessico economico-finanziario utilizzato, di recente, dai media: “Bond” = è il termine inglese per “obbligazione”; indica un titolo di debito, emesso da società o enti pubblici, che attribuisce al suo possessore il diritto al rimborso del capitale prestato all’emittente, più un interesse sulla somma. Lo scopo principale del prestito obbligazionario è il reperimento della liquidità. I titoli di stato sono ad esempio obbligazioni emesse periodicamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per finanziare il debito pubblico. Alla scadenza dell’obbligazione lo Stato rimborsa il capitale. “Rating” = altro tecnicismo preso in prestito dall’inglese che esprime la qualità, ovvero la capacità di solvibilità di chi emette il titolo obbligazionario, secondo criteri precisi che vanno dalla solidità finanziaria alle potenzialità dell’emittente. Concretamente il “rating” è un punteggio ponderato che gli istituti, con diciture diverse, attribuiscono ai differenti emittenti. Semplificando si può affermare che le obbligazioni con “rating” AAA esprimono il più alto grado di qualità dell'emittente, le obbligazioni C sono le obbligazioni in perdita, BB rappresenta l’area di non investimento e a rischio speculativo, anche definito in maniera espressiva “livello spazzatura”. Ovviamente, maggiore è il rischio, minore sarà il voto e più alta la remunerazione che spetta all'investitore. “Moody’s “ = storico istituto americano che conduce indagini finanziarie dal 1909, è presente in Italia dal 1999. È una delle più importanti aziende di “rating”, cioè aziende che eseguono monitoraggi costanti delle società emittenti. “Spread ” = letteralmente significa “ampiezza”, “apertura” (ma anche “allargamento”, per estensione “forbice” ) e nella stampa nazionale si è imposto per definire la differenza tra il rendimento dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi, benché possa applicarsi a diverse coppie di enti paragonabili. Gli stati mettono sul mercato, con aste periodiche, un certo numero di titoli obbligazionari per avere liquidità dai mercati finanziari e poter così finanziare il debito pubblico. Nel caso italiano, si tratta dei BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) che, due volte al mese, vengono messi all’asta dalla Banca d’Italia. Hanno scadenza a 3, 5, 10, 15 e 30 anni. Lo Stato italiano promette all’investitore che, se investirà sul suo debito pubblico (se gli presterà dei soldi), riavrà interamente il suo capitale alla fine del periodo stabilito e in più, prima della scadenza, gli verranno corrisposte periodicamente alcune “cedole” di rendimento. Su questo rendimento si misura lo spread. Le preoccupazioni odierne sull’aumento dello spread tra i BTP decennali e i Bund tedeschi, particolarmente “solide” (per questo utilizzate come riferimento per le altre nazioni europee) lo scorso 28 luglio è arrivato a 300 punti, come la Grecia 18 mesi fa. La differenza è decisa dal mercato: chi investe nelle obbligazioni italiane pensa di correre più rischi rispetto a un investimento in titoli tedeschi, per il peggior stato delle finanze italiane, e quindi vuole un rendimento più alto. Per questo i BTP hanno raggiunto, sul mercato, un rendimento a dieci anni del 5,54 per cento circa, contro i titoli tedeschi al 2,71 per cento.

Fonti

Il Corriere della Sera, www.corriere.it Il Sole 24 ore, www.ilsole24ore.com Repubblica, www.repubblica.it Economia e finanza, http://www.info-obbligazioni.com/ Divulgazione economico-finanziaria, http://www.imparaborsa.it/ Informazioni e strumenti per la valutazione degli investimenti http://www.investinginbondseurope.org/Default.aspx?LangType=1040
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