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La testimonianza del signor Nicola: per non dimenticare

Storie di guerra, emozioni, ricordi. La memoria non sente il peso degli anni

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Tanti ricordi. Lacrime miste a sorrisi. Tanta voglia di non dimenticare.

In questo genere di interviste, qualunque domanda esplicita o diretta corre il rischio di diventare banale, vuota, scontata.

In tali casi, lasciare libero sfogo alla memoria è più che dovuto.

“Nel periodo di guerra i due nemici più duri a morire erano la fame e i guai. Avevo dieci anni quando ero al reggimento e questo mi ha segnato profondamente”, dice il signor Nicola, visibilmente commosso.

Quello che rimane scolpito nel cuore e nella mente, quel ricordo vivido, come fosse riferito a un fatto accaduto ieri, affiora sotto forma di eventi “particolari”.

Una raccolta di storie vere.

“I Tedeschi, crudeli e spietati, mi avevano sfollato al reggimento. Mangiavamo e bevevamo pochissimo. Mio padre andava a giornata: era lui che portava il pane in casa nostra e dei nostri amici più cari. Il suo “compare”, in particolare, era poverissimo.

Ricordo che un giorno gli regalò del pane e l'amico gli disse: “Non è che da mangiare non basti, è che noi lo facciamo per “lecchinizia” (golosità).” Mio padre, ridendo, gli rispose: “Allora non ti porterò più nulla!”. Probabilmente prima, quando non si aveva veramente nulla, si faceva di tutto pur di aiutare gli altri. Oggi, invece, che si ha tanto, fare il bene sembra non importare più a nessuno.”

“Ricordo che c'era un campo, in cui avevano scavato una sorta di tunnel sotterraneo, che comunicava con un'altra casa, per scappare. Un giorno ci andammo io e mio fratello, per prendere da mangiare. Ma un tedesco puntò la sua pistola contro mio fratello e, nonostante lui gli dicesse di voler prendere solo del cibo, l'uomo gli intimò di andarsene senza nulla.”

“Ricordo che un tedesco infastidiva sempre una ragazza. Un giorno il padre della giovane lo scoprì e, dopo averlo colpito a morte, buttò il tedesco in un pozzo. Era notte e il giorno successivo non si vedevano più nemmeno le tracce sul terreno.

L'atto venne scoperto quando, dopo la guerra, si disse che sarebbe stato dato un “premio” a chi aveva ucciso un tedesco: l'uomo confessò di averlo fatto.”

“Ricordo la particolare storia di un prete. Telefonava agli Americani, dicendo che c'erano molti fascisti. Ma in realtà era lui stesso un fascista e intendeva mandare a morte moltissimi partigiani. Quando si scoprì ciò che aveva fatto, fu preso e ucciso: lui stesso aveva fatto uccidere un numero enorme di partigiani e raccontò di essersi fatto prete perché, da soldato, avrebbe avuto paura di morire.”

“Ricordo, infine, di un partigiano che, per camuffarsi, fingeva di raccogliere un'oliva a terra. Un uomo si avvicinò al tedesco che osservava la scena, dicendogli che quello era un partigiano e che, se voleva, lo avrebbe ucciso lui. Così il tedesco, fidandosi, gli diede il suo fucile. Ma a quel punto l'uomo glielo puntò contro: era anche lui un partigiano.”

Sono storie che fanno riflettere. E ciò che sorprende di più è il fatto che non rappresentino un passato poi tanto remoto. La memoria non può e non deve sentire il peso degli anni che passano, ma tramandarsi di generazione in generazione. Il ricordo dev'essere sempre lì, a far “meditare ciò che è stato”, per non dimenticare mai.

 

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