Mangiare la Foglia

Martedi Cibo: rubrica di gastronomia a cura di Gino Primavera

| di Gino Primavera
| Categoria: Gusto
STAMPA
printpreview

Mangiare la foglia (estratto DAL MIO NUOVO LIBRO TRA NON MOLTO NELLE LIBRERIE)

È, questa, una espressione molto usata che vuole indicare la capacità di cogliere al volo il significato nascosto di una frase, intuire le vere intenzioni di qualcuno. Forse in questa espressione di derivazione ignota, si allude ai bachi da seta, che assaggiano le foglie per controllare se sono commestibili o meno

Partendo dal fatto che, originariamente, l’espressione era "aver mangiato la foglia", con il significato di "capire al volo", intendere prontamente il senso del discorso, capire subito le intenzioni altrui, insomma, intuire dove uno "voleva andare a parare", è pensabile che, tra le tante ipotesi circa l’origine del modo di dire, quella che fa Ugo Enrico Paoli sembra la più convincente. Egli considera la foglia come un collettivo: più foglie che si fanno mangiare agli animali vaccini. Questi, a loro volta, si dividono in due gruppi: i lattanti che prendono il loro nutrimento dalla poppa materna e le bestie adulte che già hanno cominciato a mangiare la... foglia. Secondo il Paoli, dunque, il senso pratico del mondo contadino ha associato all’espressione "aver mangiato la foglia" il concetto di saggezza e di scaltrezza.

IL CIBO DEL CONFORTO

Le sensazioni di benessere, di gratificazione, i ricordi legati ai sapori e agli odori del cibo, sono associati alle età dell'uomo e ci restituiscono senza danni un tempo finito, ma straordinariamente attuale.

E' cibo del conforto quello preparato nella cucina della nonna, quello delle festività, pane e zucchero delle merende ante-nutella, ma anche il brodo del ‘consòlo’ che si consuma dopo i funerali, o alcune ricette col vino cotto per far fare più latte alle nutrici, o più semplicemente tutto ciò che è legato alla storia di ciascuno di noi e che ci ricorda particolari momenti, rituali o semplici accadimenti quotidiani, che per qualche motivo assumono importanza tale da essere ricordati con gratitudine.

Cibi non necessariamente importanti, anche pane, olio e pomodoro, il pane molto spesso presente, il pane cotto, la fettina impanata, ma con un suo gusto particolare, gli steli di ‘rampalupìne’ (erba sulla), le ‘lécine verdacchie’ (susine asprigne a forma di oliva), le salcicce e i salsicciotti crudi , rubati prima della stagionatura; cibi magari legati a situazioni di trasgressività, rispetto alle regole del buon mangiare e alle norme familiari, cibi che sanno di rancido come le cotiche essiccate, vino di campagna acidulo,  confettini cannellini o con il rosolio dentro, e ognuno tragga dai suoi ricordi i sapori e gli odori fissati  nella memoria, per trovare nel cibo la propria storia e il conforto di un tempo ritrovato.

I piatti preparati in questa cena AL Ristorante Santa Chiara fanno parte delle nostre tradizioni culinarie, ma anche del proprio microcosmo, che ha sempre qualcosa di diverso, per la diversità stessa che c’è negli uomini , cibo soggettivo legato spesso a particolari situazioni o scansioni del tempo .Paradossalmente poi, per uno strano sortilegio solidale,    i nostri piatti, i sapori e gli odori nostri, diventano anche quelli degli altri, se ce li raccontiamo!

 

*Si comincia col chinotto, ma poteva essere anche la spuma, quella rossa e quella gialla, o l’aranciata, comunque frizzante, comunque bevuta prima di iniziare a mangiare, come leccornia .

*La ricotta, quella vera fatta di solo siero, nelle foglie di vite come in una formina.

*La cagliata di latte, ottenuta in un cannello(pezzo di canna) nel quale si metteva il latte con qualche goccia di latte di fichi che ne provocava la coagulazione: la ‘quaiàta’ veniva letteralmente aspirata, succhiata dal cannello.

*Pane olio e pomodoro schiacciato, direttamente nell’orto, tra le piante di pomodoro con l’aroma delle foglie che macchiano le mani.

*Il pane cotto con l’uovo a stracciatella in mezzo.

*Lo ‘sgattòne’,  sagne con il vino cotto misto all’acqua di cottura, nutriente e rinvigorente, lo davano alle nutrici per far fare loro più latte.

*I richiamati, tutte le paste che avanzavano nella dispensa, tritate e accompagnate da un sughetto brodoso di pomodoro, nel qualche navigava qualche briciola di carne macinata.

*L’ovetto alla coque, nel quale si intingevano piccoli pezzetti di pane nel rosso, per arrivare alla fine a pulire  tutto l’albume separandolo dal guscio con un cucchiaino.

*La fettina impanata con le patate fritte in olio di oliva, un vero lusso, specie se si mangiava la fettina a mo’ di panino, ripiegata con le patate fritte dentro.

*Il cuore delle piante: la ‘rampalupìna’, la sulla, gli steli giovani di questa foraggera,  scortecciati fino a ricavarne la parte tenera, il cuore succoso; le radici di carota selvatica, scortecciate e godute con un certo sospetto di velenosità nel sapore piccante; il succo zuccherino dei fiori di robinia, quello della salvia da fiore.

*Le patate, cotte sotto il coppo, o sotto la cenere, spaccate a metà con tutta la buccia che era la parte migliore.

*Le ‘lècine’, le susine, verdacchie, a ‘rengrònghele’, a ‘piròle’ tipicamente appuntite, rosse e gialle, le ‘lècine’ vacche” che gli alberi ne producevano tante e cadevano tutte a terra, le migliori erano quelle rubate al contadino che ci rincorreva con cattive intenzioni, ed erano pure buone quelle immature, acidule da succhiare poco alla volta.

*Il ‘torrone di fichi’, in autunno :un fico secco (lu carracìne) spaccato a metà con un gheriglio di noce in mezzo, dolce e croccante.

*Il pane, quando diventava raffermo, lo si bagnava all’acqua e veniva cosparso di zucchero.

*Le caramelle fatte in casa che sapevano di caramello.

* La ricotta con il caffè  in mezzo, solo quando si cominciava a diventare grandicelli.

*La ‘zuppetta di latte’ con il pane o se andava meglio con i ‘sospiri’, meravigliosi biscotti che solo quando indurivano finivano nel latte…. se riuscivano a indurire!

*Il vino asprigno e dolce, appena fatto, anzi ancora in parte mosto, torbido e leggermente frizzante.

*Poi con l’età anche il rosolio offerto dal prof di latino.

*Infine la ‘veneziana’, tazza corroborante di caffè  , cioccolato e cannella, densa, con i biscotti da intingere (finucchitti), quando ‘si riusciva’ dopo un lutto, ma anche Pasqua mattina per gioire alla resurrezione.

Gino Primavera

Contatti

redazione@guardiagreleweb.net
mob. 329.8582692
Accedi Invia articolo Registrati
Cittanet
Questo sito utilizza cookies sia tecnici che e di terze parti. Continuando la navigazione acconsenti al loro utilizzo - Informativa completa - OK