Storia e arte nella collegiata di Santa Maria Maggiore

| di Antonietta Pellegrini
| Categoria: Attualità
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La Collegiata di Santa Maria Maggiore è parte integrante del patrimonio artistico abruzzese.

La sua imponente facciata è stata realizzata proprio con la pietra della Majella, la stessa che ha reso l' idea della città di pietra delineata da D' Annunzio nel Trionfo della morte.

 

Secondo la tradizione, il duomo affonda le sue radici nel 430, sui resti di un antico tempio pagano dedicato a Apollo. Non bisogna dimenticare, infatti, che il territorio era stato oggetto della conquista delle tribù italiche, prima della venuta di Cristo, e della conseguente espansione dei romani; gli studi attuali ne collocano l' origine su una chiesa cimiteriale del XIII secolo.

Probabilmente le due date poste sulla facciata, fanno riferimento alla sua prima fase costruttiva: 1133 e 1150, le quali furono lette e riportate, dallo storico settecentesco Ludovico Antinori, sui suoi scritti, tuttavia perduti.

 

La sua struttura ha subito numerose modifiche e rimaneggiamenti: nel secolo successivo, infatti, sono state costruite la torre campanaria e il porticato settentrionale; nel XV fu apposta la Croce processionale di Nicola da Guardiagrele, che in seguito fu rubata, per poi essere ritrovata. Oggi è custodita nel museo del Duomo.

Furono, inoltre, realizzati i numerosi affreschi, dei quali, uno dei più importanti, databile 1473 e attribuita ad Andrea De Litio, ha come protagonista San Cristoforo.

Il santo si appresta a attraversare un corso d' acqua con i suoi pesci, portando il bambino Gesù, il quale tiene un globo con incise le iniziali dei continenti allora conosciuti A A E (Africa, Asia e Europa).

Nel 1882 il portico è stato prolungato, a copertura degli stemmi delle famiglie guardiesi più in vista.

Nella lunetta della facciata, inoltre, un' altra opera d' arte colpisce lo sguardo del visitatore: la scultura dell' Incoronazione della Vergine, anch' essa realizzata con la pietra della Majella e attribuita alla scuola di Nicola da Guardiagrele.

 

Il fascino di questa imponente struttura risiede nel portale trecentesco, che si erge tra motivi floreali e colonne a capitelli; ai lati della chiesa si aprono due porticati: quello ubicato sul lato sinistro conduce al portale tardo rinascimentale della ex chiesa della Madonna del Popolo.

Lungo il portico è situata una edicola cinquecentesca, decorata con stucchi barocchi , contenente l’affresco quattrocentesco della Madonna del Latte.

Il portico situato sul lato destro dell’edificio è coperto da un tetto ligneo. Sulle sue pareti si trovano l' affresco di San Cristoforo, ed un portale, datato 1578, che immette nell’aula medievale della chiesa, dov’è allestito il museo.

Una scalinata centrale conduce all’interno della chiesa rialzata, a navata unica, che, a seguito del terremoto del 1706, è stata ricostruita in stile barocco.

Sulla parete sinistra è presente un affresco del XVII secolo raffigurante la Deposizione, del ferrarese Giuseppe Lamberti, ed un pulpito in noce.

La parete di destra mostra un notevole pannello decorativo medievale che ricopre l’altare ed al di sopra di esso un dipinto del XVI secolo raffigurante l’Assunzione della Vergine.

Parte integrante della collegiata di Santa Maria Maggiore è anche la chiesa di San Rocco, un tempo chiamata Santa Maria del Riparo, inglobata nell’edificio per mezzo dell’ampliamento della chiesa.

Nella parte più antica della collegiata, consistente nella cripta, è stato allestito il Museo di Santa Maria Maggiore, anche detto Museo del Duomo.  Il Museo risulta essere diviso in tre sale tematiche: la prima, dei Paramenti Sacri; la seconda sulle opere di Nicola da Guardiagrele e l’Oreficeria Guardiese; la terza, sull’Arte del IV Secolo.

Un patrimonio artistico, dunque, oltre che sacro, primeggia nel centro della città; un edificio ricco di storia e vicissitudini, che ha portato a quelle modiche che ne rendono l' aspetto odierno, pregno di quell' ammirazione che desta non solo da parte dei guardiesi, ma di tutti coloro che lo avvicinano con lo sguardo.

 

Antonietta Pellegrini

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