«Ci troviamo di fronte a due concezioni diverse della politica dei rifiuti». L’ex assessore regionale all’Ambiente Franco Caramanico, oggi consigliere Pd, commenta così l’orientamento della giunta Chiodi ad accelerare il ricorso ai termovalorizzatori. Un orientamento che significa abbassare dal 40 al 25% il limite minimo di raccolta differenziata, stabilito dalla legge regionale vigente, per poter dare il via alla costruzione dei termovalorizzatori. «Già la giunta Pace prevedeva tre termovalorizzatori», dice Caramanico, «la nostra impostazione, poi riversata nella legge regionale 45 del 2007, prevedeva una parola d’ordine: accelerare la differenziata. Il nostro obiettivo era del 60% entro il 2012. L’altro obiettivo era la riduzione della produzione di rifiuti del 5% sempre entro il 2012. Considerando una produzione annua di 700mila tonnellate all’anno di rifiuti, la parte rimanente di indifferenziata, 190mila tonnellate all’anno, anziché portarla in discarica veniva avviata al recupero energetico». La legge prevede dei paletti. «Sì, si stabilisce dei paletti che riguardavano innanzitutto le tecnologie. Oggi parlare di termovalorizzatore è superato. Noi puntavamo sulle nuove tecnologie, per esempio accennavamo alla tecnica della digestione anaerobica, che dava la possibilità di ricavare energia dai rifiuti senza bruciarli. Poi per evitare fughe in avanti avevamo stabilito altri due paletti. Il primo è che per poter cominciare a discutere di termovalorizzatori bisognava raggiungere la quota del 40% di riciclaggio su base regionale. L’altro limite era che comunque non si potevano realizzare impianti di capacità superiore alle 190mila tonnellate l’anno, per evitare che qualcuno importasse rifiuti dall’esterno. Su questo aspetto ci fu battaglia con il centrodestra perché considerava questi paletti una moratoria sui termovalorizzatori». Ora la giunta Chiodi è dell’idea di abbassare la quota del 40% al 25%. Ne state già discutendo in consiglio? «In aula non è arrivato nessun provvedimento. So che ci sono stati dei tavoli, accanto a questa linea si è fatto un ragionamento per dire che andava anche bene mantenere la quota minima del 40%, non a livello regionale ma provinciale. In questa maniera la provincia che per prima raggiungeva il lasciapassare per cominciare a discutere della realizzazione di un ipotetico impianto sarebbe stata la provincia di Teramo». A chi andava l’onere di costruire gli impianti? «Secondo il nostro piano non era certamente il privato. Noi abbiamo sempre parlato di impianto pubblico». Quanti impianti? «Dal punto di vista dell’impatto ambientale conveniva un solo impianto regionale da 190 mila tonnellate, oppure 4 impianti da 50mila tonnellate per ogni Ato, questo per evitare il trasporto dei rifiuti». Ma l’apporto del privato non era previsto neanche in forma di joint-venture? «Certo si poteva ipotizzare una società mista, ma sotto il controllo del pubblico». Lei è d’accordo sull’abbassamento della soglia della differenziata? «Io non sono d’accordo a modificare la mia legge, perché quel 40% significava stabilire un’idea ben chiara. E c’erano state risposte positive alle varie attività proposte insieme al dirigente dell’assessorato Franco Gerardini , penso ai Comuni ricicloni, alle Cartoniadi. Con il piano triennale dell’ambiente avevamo scommesso sulla differenziata: su 36 milioni disponibili 25 erano destinati proprio all’impiantistica per la raccolta differenziata. Abbiamo avuto anche l’apprezzamento di Federambiente e di Legambiente che parlarono del piano abruzzese dei rifiuti come di un piano virtuoso».