QUANDO IL DIALETTO È NEL NOSTRO DNA: Raddoppiamenti intervocalici e fonosintattici, chi sono questi sconosciuti?

| di Serena Taraborrelli
| Categoria: Storia
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Tendenza tipica di tutti i dialetti meridionali, posti al di sotto della linea La Spezia – Rimini, che taglia e divide l’Italia in due sia ideologicamente (politicamente come qualcuno vorrebbe) che linguisticamente è il raddoppiamento di e in posizione intervocalica. Piovono esempi: ‘Rebbecca’ anzichè ‘Rebecca’, ‘robba’ e non ‘roba’, ‘cuggino’ anzichè ‘cugino’, ‘reggina’ e non correttamente ‘regina’. Nel parlato è un modo per enfatizzare che si ripropone nello scritto con spiacevoli errori ortografici ed eco dialettali difficili da dimenticare nel momento in cui si afferra la penna e si inizia a scrivere, seguendo parametri diversi dall’oralità. La nostra realtà meridionale, e per la precisione mediana e di transizione, resterà sempre dietro l’angolo, pronta a ricordarci chi siamo, facendoci quasi provare vergogna. Vergogna per un fenomeno diffuso anche a Roma, basti pensare ai film di Carlo Verdone, agli ‘stoppe’ e ai ‘barre’. Roma, mediana quanto noi, sulla nostra stessa latitudine linguistica. Il Toscano, nostro progenitore, ama quanto noi le doppie ma, le usa in situazioni diverse. Tende ai raddoppiamenti fonosintattici, la consonate raddoppia in posizione fonosintattica, cioè in mezzo alla frase. Avviene dopo alcune preposizioni e sempre dopo monosillabi tronchi, avremo casi come: ‘come vva?’ e ‘ddappertutto’. Correzioni mentali dei nostri pensieri dialettali che, a volte, portano al fenomeno inverso dell’ipercorrettismo, con fenomeni quali ‘repulica’ e ‘fabrica’. La lingua è una lotta tra poteri. Il triangolo industriale ha condizionato il nostro vocabolario, basti pensare al termine ‘pennarello’, usato nelle fabbriche milanesi. Se tali fabbriche fossero nate a Roma, evidentemente chiameremmo tale oggetto in un altro modo. Così come senza Dante, Petrarca e Boccaccio il nostro italiano non sarebbe tale e, nella lotta linguistica tra nord e sud, avrebbe potuto prevalere il nostro ‘mo’, da ‘modus’ latino, contro ‘ista ora’ toscano, affermatosi nell’italiano come ‘adesso’. Due termini con la stessa dignità, il nostro ‘mo’ è addirittura più sintetico e diretto. Ogni dialetto ha la sua dignità ed i suoi errori, al nord scempiano le doppie e usano erroneamente articoli davanti a nomi propri. Seppure abbiamo sempre avuto difficoltà a scrivere, perchè pensiamo in dialetto e tentiamo di correggerlo, non dobbiamo vergognarci ad usarlo. Il nostro italiano è un dialetto, il dialetto è vivo e modifica negli anni lo scritto, è storia e cultura, è la lingua del cuore.






Serena Taraborrelli

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