Il “Non Fare” in agricoltura. La Permacoltura e le infinite potenzialità della miracolosa pianta Vetiver

| di a cura di Ilaria Mariani
| Categoria: Attualità
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Partendo dal significato stesso della parola, la permacoltura (o nell’accezione più ampia, permacultura) significa cultura agricola permanente. Se si entra più nel merito, essa comprende un sistema di progettazione teso alla sostenibilità e all’autosufficienza che riguarda piante, orti, terreni e infrastrutture da fattoria. Inoltre, attraverso un approccio sistemico alla realtà, essa studia le relazioni tra i vari elementi che la compongono valorizzandone le peculiarità e mirando a creare dei sistemi di massima efficienza e di minimo impatto ambientale. I padri di questa “visione” delle cose hanno sperimentato metodi partendo da una poetica (e scientifica) fiducia nella natura e nei processi naturali: Masanobu Fukuoka, Emilia Hazelip, Bill Mollison, David Holmgren, sono i principali nomi di riferimento. Partendo dall’osservazione di ciò che avviene spontaneamente in natura essi, a partire dalla metà degli anni’70, hanno sviluppato un’idea rivoluzionaria: un’agricoltura in armonia con la natura stessa, che non utilizza tecnologie e non produce inquinamento, un’agricoltura che è stata definita “l’agricoltura del Non Fare”.


Vetiver e Permacoltura


“Ho conosciuto la permacoltura per la prima volta nel 1990 in Australia” racconta Marco Forti coordinator del vetiver network italiano dal 2008 (http://www.vetiveritalia.it/). Marco, che da anni studia i metodi di applicazione del vetiver, tiene a suggerirci un grande vantaggio che questa pianta eccezionale può apportare ad una pratica tanto rivoluzionaria quanto ancora poco diffusa nel nostro Paese. “La permacoltura necessita di grandissime quantità di pacciame che spesso è pieno di semi di erbe indesiderate” spiega Forti, “quindi ci si trova a dover scegliere se utilizzare diserbanti antigerminativi”. Questo pacciame che normalmente è di paglia, serve per proteggere il terreno dagli agenti disgreganti e favorire lo sviluppo della vita al disotto di esso. “Data la durabilità della paglia e del suo costo per ottenerla”, continua Marco “doverla ripristinare spesso è abbastanza una seccatura che può essere evitata”. Nel design che la permacoltura applica, si utilizzano barriere protettive per favorire lo sviluppo di coltivazioni pregiate: “suntraps” ossia semicerchi aperti verso il percorso del sole che schermano le piante pregiate in inverno e producono pacciame (o energia) nella stagione estiva. La paglia di vetiver ha una durabilità eccezionale ed un’ottima resistenza alla marcescenza. Continua a spiegarci Marco che “è frequente il suo uso per i tetti delle capanne” e conclude considerando che “questo può essere un buon risparmio di tempo, denaro, fatica e carburanti fossili per il permacultore”. Per maggiori informazioni potete approfondire le conoscenze a riguardo visitando il sito: http://www.vetiveritalia.net/?p=38.


Concludendo possiamo affermare con certezza che le applicazioni del Sistema Vetiver sono molteplici e tutte richiedono  DESIGN e dimensionamenti diversi, la prima che fu sviluppata è stata quella concernente il DISSESTO IDROGEOLOGICO ottenuta unendo la fisiologia al design, si notò poi che la pianta, essendo una pioniera, aveva una particolare tolleranza alla siccità pur essendo una pianta palustre ed aveva la capacità di sopravvivere in ambienti estremi; si cominciò dunque una serie di esperimenti sulla tolleranza all’INQUINAMENTO. Alla fine degli anni ’80, i risultati furono stupefacenti; in seguito, i primi nuclei di movimenti per l’ambiente e per la decrescita, in particolare Bill Mollison e la sua PERMACOLTURA, applicarono il Vetiver alla SOSTENIBILITA’ per l’ottenimento di ambiti agricoli polifunzionali e a basso input di manodopera; oggi il vetiver rappresenta una risposta concreta al bilancio dell’agricoltura coniugando la sostenibilità economica all’ambiente. Ultimamente, la necessità di indirizzare maggiore attenzione al campo della filiera energetica ed un più ampio spettro di ipotesi, è nata l’idea che si possano coniugare diversi ambiti di applicazione utilizzando la tecnologia: le BIOMASSE, specialmente quelle derivate da opere di disinquinamento, costituiscono un sottoprodotto che può divenire il protagonista economico della filiera energetica rinnovabile.
 

a cura di Ilaria Mariani

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