Andrea Bafile nella Difesa del Basso Piave

Approfondimento a cura di Nicola R. Di Cocco, tratto da "Guardiagrele e la sua valle", CAI sez. Guardiagrele,(2006)

| di Nicola Rocco Di Cocco
| Categoria: Storia
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Premessa

Queste note storiche trovano motivazione principale nella volontà di colmare una lacuna molto diffusa riguardante il quadro militare nel quale avvenne il sacrificio di Andrea Bafile, eroe abruzzese per tanti versi noto sia in Abruzzo che gli diede i natali, sia in Veneto dove eroicamente morì. Si è voluto rivisitare quanto accaduto in quel breve periodo del Primo Conflitto Mondiale quando, nell’inverno tra il 1917 e il 1918, un teatro operativo molto limitato assunse importanza vitale per bloccare l’avanzata austro-ungarica dopo che le linee italiane avevano disastrosamente ceduto a Caporetto. La difesa sulla linea del Piave rappresentò la premessa per la pronta rivincita di solo pochi mesi dopo.

Il racconto dei fatti, collegato alla descrizione dei luoghi, può aiutare a capire l’importanza di quanto fecero quei pochi uomini in un ambiente difficile e il perché da subito quanto accaduto suscitò così vasta risonanza da lasciare tracce significative ancora oggi chiaramente identificabili nei luoghi di svolgimento. Ragione non ultima è stata poi quella di soddisfare una curiosità legata a una domanda, forse banale, ma ricorrente e intrigante: come mai Andrea Bafile, “montanaro” arruolatosi in Marina, trovò eroicamente la morte nel corso di azioni a terra?

Per quanto detto, si è preferito esporre solo una biografia essenziale precedente ai fatti e fermare il racconto al momento della partenza delle spoglie dell’eroe dal territorio veneto che aveva consacrato col suo sangue. Le successive fasi della traslazione fino alla tumulazione nella Sagra della Maiella a Bocca di Valle di Guardiagrele sono ampiamente descritte nelle cronache dell’epoca e in più recenti pubblicazioni monografiche. A complemento delle rievocazioni storiche, si è ritenuto opportuno inserire una descrizione delle tracce che Andrea Bafile ha lasciato nel Basso Piave dove i fatti narrati si svolsero, a beneficio dei tanti abruzzesi che, per comprensibili motivi, conoscono forse piuttosto bene solo la Sagra della Maiella e gli altri riconoscimenti che l’eroe ha ottenuto in varie parti della regione d’origine.

 

 

Note Biografiche

Andrea Bafile nacque il 7 di ottobre del 1878 a Monticchio di Bagno (L’Aquila).

Dopo aver terminato gli studi secondari, entrò nel settembre 1896 nella Regia Accademia Navale di Livorno da dove uscì nel 1899, con il grado di Guardiamarina, per imbarcarsi sulla corazzata Lepanto.Promosso Sottotenente di Vascello nel 1902 si imbarcò su diverse navi fino a quando, dopo la promozione a Tenente di Vascello del 1° ottobre del 1907, si imbarcò per due anni sull’ariete torpediniere Elba e quindi per un anno sulla nave da battaglia Vittorio Emanuele.Dall’esperienza maturata in questi incarichi ricavò un pregevole studio sui congegni di mira dell’artiglieria navale che gli permise di ricevere un pubblico encomio conferitogli dal Consiglio Superiore di Marina.Nel settembre del 1911 passò all’esploratore Quarto, in allestimento a Napoli. Il 23 aprile del 1913, mentre divampava un pericoloso incendio di nafta su questa unità, riuscì a raggiungere e ad azionare i dispositivi di allagamento per domare le fiamme prima che raggiungessero i sottostanti depositi di munizioni. Il salvataggio della nave gli comportò l’assegnazione di una Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Nello stesso anno si imbarcò su siluranti di superficie, prima come ufficiale in 2a sull’Audace, poi come comandante della torpediniera di alto mare Ardea.Dopo aver lasciato il servizio per una grave malattia, venne assegnato per circa dieci mesi allo Stato Maggiore.Dal 4 al 18 agosto 1916 comandò uno dei treni armati a difesa della costa adriatica sottoposta a ripetuti attacchi del nemico dal mare.Su sua pressante richiesta ottenne di reimbarcarsi sulla torpediniera “Ardea” al cui comando rimase fino a compiere quasi un anno di imbarco di guerra dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. In questo periodo si segnalò per le ardite crociere in Adriatico. Mentre era sull’Ardea fu incaricato della rettifica delle bussole dei 14 apparecchi Caproni che eseguirono la memorabile spedizione aerea di bombardamento su Cattaro (4/5 ottobre 1917). Alla spedizione partecipò direttamente come osservatore in uno dei velivoli, mentre Gabriele d’Annunzio ricopriva lo stesso ruolo in uno degli altri aerei. In quest’azione che gli fece guadagnare la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, per effetto del volo, riportò una grave lesione alla cornea dell’occhio sinistro. Per tale motivo fu costretto a sbarcare dalla sua torpediniera per un periodo di riposo, durante il quale, mentre era assegnato presso il Comando in Capo di Venezia avvenne la disastrosa rotta di Caporetto. Si era alla fine di ottobre del 1917.

 

 


La situazione militare

Al verificarsi dell’improvvisa rotta di Caporetto, il 26 ottobre 1917, la III Armata, comandata dal Duca d’Aosta, cominciò ad arretrare verso sud-ovest e con essa anche le artiglierie delle Difese Marittime di Grado e Monfalcone che ne costituivano l’ala destra dello schieramento. Il personale non indispensabile per i lavori di smobilizzo e trasporto veniva istradato verso Venezia. Questa scelta, rispondente quasi esclusivamente ad esigenze logistiche, si inseriva in una situazione di per sé critica per la difesa di Venezia che disponeva soltanto di pochi reparti di milizia territoriale mai impegnati in precedenza in azioni di guerra.In effetti il Basso Piave, all’epoca dei fatti, costituiva un teatro di guerra secondario per lo Stato Maggiore Austro-Ungarico nonostante non fossero stati risparmiati sforzi nel tentativo di raggiungere Treviso e principalmente Venezia. Di conseguenza la difesa di questa città non era tra le priorità della III Armata.

Tuttavia, la caduta di Venezia in mano nemica avrebbe costretto ad arretrare la parte orientale del fronte molto più a sud esponendo ad assalti tutta la costa adriatica. Per questa preoccupazione il Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, a Venezia in quei giorni, fece emanare il 2 novembre 1917 dal Comando Marina di Venezia un ordine in base al quale con i marinai ripiegati in città dalle basi di Monfalcone, Grado e Caorle e con le artiglierie recuperate dall’Isonzo fossero apprestati reparti da impiegare quale schieramento difensivo nel Basso Piave, ambiente a loro particolarmente congeniale.Le operazioni di trasferimento degli uomini ebbero inizio il 9 novembre con un Battaglione di Marinai, agli ordini del Capitano di Corvetta Pietro Starita, che partì da Venezia per andare a prendere posizione a nord di Cortellazzo, lungo la riva destra del Piave. Il giorno successivo i reparti avevano già preso posizione e iniziavano i lavori di trinceramento e di sistemazione delle postazioni armate.Per questi motivi, nell’inverno 1917-1918, sul Basso Piave si verificarono eventi che rivestono anche un particolare significato nella storia militare italiana in quanto costituiscono l’unico caso di guerra combattuta in un ambiente ricco d’acqua, sia essa laguna, palude o acquitrino.

 

Il teatro operativo

Vediamo allora quali erano le particolarità del territorio in cui si svolsero i fatti che dettero la gloria a Bafile. Il terreno dell’area che si estende a nord della laguna veneta è costituito da spessi strati superficiali di detriti alluvionali trasportati dalle piene dei fiumi o depositati dal mare che, periodicamente, ha invaso queste zone nel corso delle ere geologiche. Attualmente rappresenta una depressione che arriva anche a 1 metro sotto il livello del mare.Per queste caratteristiche, anche in tempi storici i corsi d’acqua hanno modificato spesso il loro percorso formando aree paludose più o meno estese.Il controllo idrologico dell’intera area era una delle attività più impegnative della Serenissima Repubblica veneziana a tutela delle vie d’acqua sulle quasi si basava il suo commercio. Dopo la caduta della Repubblica di Venezia solo con l’Unità d’Italia si ricominciò a pensare a interventi pubblici per il risanamento delle zone paludose.Il Basso Piave, dove si svolsero i fatti che vogliamo ricordare, comprende un’area che si estende fino a circa quaranta chilometri dal mare nei territori di Sant’Andrea di Barbarana e di Ponte di Piave, dove il corso d’acqua si compatta in un unico flusso imponente che l’uomo ha provveduto poi a separare poco più a valle, subito dopo San Donà di Piave.L’antico alveo, la “Piave Vecchia” secondo l’accezione classica al femminile, corre sino a Caposile e da qui, dopo aver raccolto le acque incanalate del Sile, prosegue costeggiando il bordo della Laguna di Venezia fino alla foce di Cavallino. L’attuale ramo del Piave propriamente detto, o “Piave Nuovo”, è costituito da un canale realizzato nel XVI secolo che sfocia in mare a Cortellazzo. I due rami di Piave sono collegati da un altro canale, la “Cavetta”, che congiunge Cortellazzo a Jesolo Paese, quella che al tempo dei fatti era denominata Cavazuccherina. Il territorio compreso tra i due tratti di Piave e la Cavetta era denominato “Isola della Piave” e costituiva una delle poche zone del bacino che presentavano terreno di bonifica asciutto e sufficientemente esteso per la realizzazione di linee difensive con trincee e ricoveri e per la sistemazione di artiglierie convenzionali.


Gli eventi

Erano i giorni in cui ci si organizzava per resistere all’invasione austro-ungarica sulla linea del Piave e il Tenente di Vascello Andrea Bafile, consapevole della criticità del momento, ritenne che non fosse più il tempo di rimanere nelle retrovie. Chiese quindi di far parte del Reggimento Marina, in via di costituzione e destinato ad operare nel Basso Piave. Venne subito accontentato e il 12 novembre del ’17, durante i primi giorni di posizionamento, Andrea Bafile entrò a far parte del Reggimento Marina ottenendo il comando di una Compagnia.Nel frattempo gli austro-ungarici erano giunti sulla riva sinistra del Piave e già il 13 novembre i Marinai dovettero respingere i tentativi di sbarco a ovest del Piave tra Grisolera e la foce .Il valore dimostrato in questi frangenti risultò, però, in gran parte vano perché nei giorni successivi, uno dei tentativi ebbe successo. Gli austro-ungarici costituirono una testa di ponte all’altezza di Zenson e l’incombente minaccia di un massiccio sfondamento indusse i Comandi italiani a ordinare il ripiegamento su Cortellazzo in posizione arretrata ma più sicura.Il 15 novembre il fronte era quindi ricostituito sulla Piave Vecchia e sulla Cavetta fino alla punta della penisola di Cortellazzo. L’“Isola della Piave” veniva abbandonata al nemico ma erano comunque mantenute tre teste di ponte a Capo Sile, Cavazuccherina e Cortellazzo. Per aumentare le difficoltà di movimento del nemico in caso di avanzata, si provvide a mettere fuori uso gli impianti idrovori prima di lasciare il territorio che, nel giro di qualche giorno ritornò allo stato paludoso naturale.Il lembo di terra tra la Cavetta, la foce del Piave e il mare rappresentava l’ultimo baluardo a difesa di Venezia.Ma da questo momento, approfittando dell’imminente inverno che suggeriva alle parti di ridurre le operazioni, ha inizio la fase di consolidamento del fronte e di riorganizzazione dei reparti in vista di una possibile controffensiva di primavera.Fu così che il 20 novembre il Reparto Marinai fu trasformato in Reggimento con tre battaglioni - “Monfalcone”, “Grado” e “Caorle” - dislocati nel tratto di fronte centrato su Cortellazzo e comprendente circa un chilometro di Cavetta, la testa di ponte al di là del canale e la congiungente al mare trasversale alla penisola alla foce del Piave.

 

Ad Andrea Bafile fu assegnato il comando del Battaglione “Monfalcone”. L’inverno ebbe inizio con una serie di attacchi nemici contro le teste di ponte di Cavazuccherina e Cortellazzo che impedivano l’accesso più diretto a Venezia. All’accanimento degli attacchi non era estranea la considerazione che il presidio di Cortellazzo fosse affidato a Reparti Marinai, ritenuti meno attrezzati nel resistere ad azioni militari sul terreno. La resistenza dei Reparti Marinai sorprese anche il nemico perché tutti gli attacchi vennero respinti e, sull’onda del ritrovato entusiasmo, furono condotte anche azioni di contrattacco che videro, all’inizio del nuovo anno 1918, l’annientamento della testa di ponte nemica in Zenson e il consolidamento della testa di ponte italiana a Caposile.A seguito di quanto accaduto il 14 gennaio 1918 il Ministro della Marina, Del Bono, inviava un encomio ai suoi “marinai di terra” istituendo nel contempo un quarto battaglione di marinai denominato “Golametto” .Ormai i tempi diventavano maturi per una controffensiva massiccia da condurre in anticipo rispetto ad un prevedibile ulteriore attacco degli austro-ungarici, attacco che diventava sempre più indispensabile per la necessità di approvvigionarsi di rifornimenti in nuovi territori essendo quelli conquistati già depredati e ormai pressoché abbandonati dagli abitanti.La preparazione alla controffensiva comprendeva anche uno specifico addestramento per costituire reparti di Arditi per le incursioni in territorio nemico e per la spinta al momento dell’attacco. Andrea Bafile frequentò l’apposito corso e il 2 marzo del 1918 si avvicendò al Comandante Starita, gravemente ammalato, alla guida del Battaglione “Caorle” diventato Battaglione di Marinai Arditi. I colpi di mano e le attività di ricognizione divennero più frequenti in attesa della primavera e della controffensiva decisiva.  Al Battaglione Caorle venne affidato il compito di prepararsi adeguatamente in previsione di un attacco da sferrare sulla sponda opposta del Piave. Non è chiaro se doveva trattarsi di un’azione diversiva o della realizzazione di una testa di ponte. In ogni caso diventava importante conoscere nel migliore dettaglio il dispositivo del nemico al fine di aumentare le possibilità di successo e ridurre i rischi per i propri uomini.

 

Fu così che, nella notte tra il 10 e l’11 marzo, alla vigilia del previsto attacco, Andrea Bafile volle condurre personalmente un’ultima ricognizione notturna tra i canneti e gli acquitrini della sponda sinistra della foce del Piave: con questa azione esplorativa si compì l’eroico destino del Tenente di Vascello Andrea Bafile.Mentre si accingeva ad imbarcarsi per rientrare nelle linee, Andrea Bafile si accorse dell’assenza di uno dei quattro Marinai Arditi che lo accompagnavano nella missione. Non esitò a tornare indietro per cercarlo. Continuò la ricerca nonostante che le vedette ungheresi fossero arrivate ad accorgersi dell’incursione e fosse iniziato un intenso pattugliamento sotto le luci dei bengala. Rinunciò solamente quando ormai albeggiava e il ritardo accumulato ebbe conseguenze tragiche perché furono costretti a ripartire sotto il fuoco nemico. Quasi subito il marinaio ai remi venne ferito e questo prolungò ulteriormente la permanenza sotto tiro. Bafile fu colpito mortalmente quando ormai era prossimo alla riva. Quivi giunto, chiese innanzi tutto di provvedere all’altro ferito rientrato e, solo dopo aver riferito i risultati della spedizione eseguita, si lasciò trasportare al posto di medicazione e poi all'ospedale da campo dove però si spense poco dopo. L’azione fissata per il giorno seguente venne sospesa, forse proprio per le informazioni raccolte da Bafile nel corso della ricognizione e, visti i successi ottenuti nell’immediato seguito, non si può negare che la scelta fu quanto mai felice.  La salma di Andrea Bafile venne deposta nel Cimitero di Guerra di Ca’ Gamba, località del comune di Cavazuccherina (ora Jesolo) dove fin dal novembre 1917 era sorto un piccolo cimitero dei marinai.


Bafile allora

L’eco dell’eroico gesto di Andrea Bafile fu ampia e risonante, tanto che qualche commentatore disincantato l’ha attribuita sostanzialmente alla volontà degli Alti Comandi di celebrare un esempio trainante per rincuorare e pungolare le truppe nelle difficili condizioni operative e in vista dell’imminente controffensiva. Ma ha qualche senso discutere di questo?  Potrebbe averlo se si fosse trattato di un falso mito costruito artificialmente a tavolino. Certamente no nel caso di Bafile essendo di fronte ad un uomo che già in precedenza aveva avuto modo di dimostrare il suo valore e che non è andato incontro alla morte in uno stato di eroica esaltazione o per evitare l’ignominia. No, anche perché la sua vita e le sue azioni sono documentate senza necessità di arricchimenti agiografici e per questo abbiamo voluto rievocare i fatti con scarna essenzialità tralasciando le stratificazioni retoriche verosimili ma non accertate. Stiamo parlando di un uomo, un eroe, che ha trovato la morte per aver voluto compiere il suo dovere fino in fondo e fin nei dettagli (non era, forse, abruzzese?). Quando si rinuncia alla facile possibilità di salvare dignitosamente la propria vita avendo già conseguito l’obiettivo e la si mette invece a repentaglio perché non ci si accontenta, ma si esige di più da se stessi per le responsabilità che si sentono dentro, allora ... allora siamo di fronte ad un eroe e ogni cavilloso distinguo decade. Occorre dire, invece, che l’Italia è stata fortunata a trovare un eroe quale Andrea Bafile in un momento cruciale del conflitto. Una guerra, qualsiasi guerra e figurarsi la “Grande Guerra”, non ha tra le regole di “fair play” quella di rinunciare alla celebrazione dei propri eroi per non prestare il fianco ad accuse di strumentalizzazione. Diventa quindi naturale che la dimostrata eroica abnegazione abbia fatto meritare ad Andrea Bafile innumerevoli e immediati riconoscimenti tra i più significativi.

Innanzi tutto la Medaglia d’Oro al Valor Militare conferitagli alla memoria il 13 giugno 1918 con proposta avanzata già all’indomani della sua morte. Si registrarono anche due atti di particolare rilievo. Il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio P. Thaon di Revel, indirizzò alla flotta, il 24 marzo 1918, uno speciale ordine del giorno che illustrava il sacrificio di Bafile, iniziativa rimasta unica nelle vicende belliche italiane. Dopo pochi giorni, il 9 aprile 1918, volle rendere ancora più significativo l’omaggio all’eroe abruzzese disponendo che il Battaglione “Monfalcone” assumesse la denominazione di “Bafile”. Il battaglione operò con il motto dannunziano "E sul monte e nello stagno / Son qual fui falcon grifagno".  Erano i giorni che preludevano alla grande controffensiva del solstizio che condusse alla liberazione dei territori occupati e alla riconquista degli ultimi lembi di terra italiana. A questi gloriosi eventi Andrea Bafile assistette dal cimitero di Ca’ Gamba, nella striscia di terra che aveva difeso e che il nemico non era riuscito a calpestare. Il cimitero marinaio era piccolo ma conteneva circa duemila salme comprese quelle di alcuni soldati austriaci che la pietà umana aveva comunque voluto accomunare nell’ultima dimora terrena. Un basso muretto sosteneva la rete metallica che circondava il sacro luogo e dal 1922 al centro si poteva osservare il monumento che Il Comitato per le Onoranze ai Caduti in Difesa di Venezia aveva posto in tutti i cimiteri del fronte.  Su di esso spiccava l’iscrizione:

I SOLDATI D’ITALIA

PRIMI AL CIMENTO

FORTI NELLA TITANICA GESTA

IMMORTALATISI NELL’ULTIMA GUERRA

PER L’INDIPENDENZA NAZIONALE

QUI GLORIOSI RIVIVONO NELLA MEMORIA

DEI POSTERI

Imboccando poi la traversa verso occidente si giungeva al secondo grande monumento eretto dai cannonieri navali in omaggio agli eroici compagni caduti per la Patria in difesa dell’estremo confine del Piave. Arrivando al monumento si potevano leggere le parole dettate da Gabriele d’Annunzio:

AI COMPAGNI EROICI

DIFENSORI DEL FIUME SACRO

QUESTO MONUMENTO D’AMORE

COSTRUTTO CON LA PIETRA D’ISTRIA

SQUADRATA IN POLA ROMANA

E CON LA DECIMA DEL BRONZO

TOLTO AL NEMICO SCONFITTO

I CANNONIERI NAVALI

CONSACRANO

Andrea Bafile riposava nella parte orientale del cimitero marinaio in una sistemazione sobria ma in testa alla sua fila, come in fondo era stato nella sua vita e nel suo olocausto finale. Su una lastra di marmo bianco si leggeva semplicemente:

Tenente di Vascello

ANDREA BAFILE

† 11 - 3 - 1918

La memoria dell’eroe abruzzese non abbisognava d’altro, tanto l’eco del suo sacrificio continuava a vagare per le terre di confine che aveva contribuito a difendere e non solo nelle terra d’Abruzzo che gli aveva dato i natali. 


La separazione dalla terra consacrata

Era passato solo qualche anno e di Andrea Bafile non ci si era dimenticati con la fine del conflitto. Certamente non negli ambienti militari che decisero di ricordarlo intitolandogli due caserme dei Lagunari a Villa Vicentina (Udine) e a Mira (Venezia) in località Malcontenta, quest’ultima ancora operativa, mentre la Marina, da parte sua, volle dare il suo nome ad una cannoniera di scorta nel 1920. A maggior ragione il suo ricordo non si affievoliva tra i suoi conterranei. Gabriele d’Annunzio che, dai tempi dell’impresa alle Bocche di Cattaro, era rimasto particolarmente legato a Bafile e non mancava occasione di ricordarne la figura chiamandolo “mio fratello d’Abruzzo”, si preparava ad organizzare la traslazione delle spoglie in una degna dimora nel cimitero di San Michele a Venezia, città che l’eroe aveva difeso e per la quale il poeta soldato mostrava particolare predilezione. Per vari motivi, tra i quali non furono estranei risvolti politici, la Medaglia d’Oro al Valor Militare Raffaele Paolucci, altro conterraneo della terra d’Abruzzo, intervenne discretamente presso la famiglia Bafile per ottenere il consenso alla traslazione nella grotta da realizzare appositamente a Bocca di Valle di Guardiagrele sotto l’iscrizione lapidea della Sagra della Maiella. Ottenuto il consenso, l’opera fu allestita in tempi brevissimi e con risultati sorprendenti. Fu così che poté avere inizio l’imponente manifestazione che collegò in un unico abbraccio i territori a cui Andrea Bafile aveva legato la sua vita e la sua morte: il cerchio ideale poteva alla fine chiudersi e saldarsi in terra d’Abruzzo. Alle ore 12 del 15 settembre 1923 la salma dell’eroe fu esumata per iniziare il suo viaggio di ritorno finale verso la terra madre. Il Comando in Capo dell’Alto Adriatico organizzò la cerimonia che avvenne alla presenza dei fratelli Umberto e Mario, di numerose autorità, di militi e di marinai. Le spoglie di Bafile furono deposte nel feretro collocato nella camera ardente, costituita da una grande tenda militare della Croce Rossa piantata dalla milizia del Basso Piave al centro del cimitero. Il feretro, avvolto nella bandiera italiana, fu vegliato tutta la notte da una guardia d'onore di marinai e militi prima che al mattino iniziasse un intenso commosso omaggio di migliaia di cittadini, di autorità e di rappresentanze di associazioni. Anche se la parte più importante della cerimonia si tenne presso il cimitero di Ca’ Gamba, sembrano molto significativi due brani del saluto che, dal pontile d’imbarco di Cavazuccherina, il Sindaco Giacchetto indirizzò all’eroe:

Questo popolo profondamente conscio del tuo eroico olocausto, celebratosi tra la mitraglia nemica, tra il barbaglio della gloria più pura, sente in questo momento il distacco come di una creatura del suo sangue cui deve immensamente in riconoscenza, in amore. [...] A nome di questo popolo faccio una preghiera con cuore commosso, ma sicuro che verrà esaudita: questa ghirlanda che vuole rammentare il nostro amore, la nostra suprema gratitudine, sia collocata presso la tua tomba, là sulla Maiella, a ricordo di questa terra che tu baciasti in atto eroico prima di morire e che vivrà delle tue memorie e ti amerà sempre come un grande figlio suo”.

La salma di Bafile venne posta con tutti gli onori su di un rimorchiatore della Regia Marina che si diresse alla volta di Venezia. Dall’ingresso in laguna, avvenuto attraverso la bocca di porto del Lido, si creò un corteo composto da imbarcazioni delle società di canottaggio veneziane che fecero da scorta fino a Venezia. Anche qui la salma venne accolta dalle autorità cittadine, da rappresentanze militari e dal popolo. Il feretro venne posto a poppa del cacciatorpediniere “Zeffiro”, una tra le più gloriose unità della Marina Italiana, e vegliato tutta la notte. La mattina del 17 settembre 1923 il cacciatorpediniere salpò alla volta di Ancona: le spoglie di Andrea Bafile abbandonavano per sempre la terra per la quale l’eroe abruzzese si era immolato e andavano a trovare il definitivo riposo nell’apposito sacello allestito entro la grotta della Sagra della Maiella, a Bocca di Valle di Guardiagrele nel grembo della Maiella.


Bafile oggi

Si è detto dell’importanza non occasionale della figura di Andrea Bafile e infatti la sua memoria non declinò con la fine del conflitto e la traslazione a Bocca di Valle. Se ancora nel 1969 la Marina italiana assegnò il suo nome ad un'altra unità da trasporto truppa e materiali di 13.380 tonnellate già in servizio nella US Navy con il nome di "St.George", anche la società civile ha voluto tener fede all’impegno contenuto nelle parole pronunciate dal Sindaco di Cavazuccherina al momento del saluto alle spoglie dell’eroe. Per avere conferma della promessa di non dimenticare l’eroe abruzzese, abbiamo provato a seguire le tracce e le memorie civili nel Basso Piave a quasi un secolo dai fatti rievocati. Il tempo trascorso è tanto ed è ormai impossibile trovare memorie personali sufficientemente delineate, quantunque indirette. Se nei dintorni di Guardiagrele molti ricordano Andrea Bafile solo per la presenza della Sagra della Maiella con poche o nulle informazioni sulla sua vita e sulla sua morte, non dissimile è la situazione nel Veneto Orientale ma con una curiosa differenza. La memoria individuale è più diffusa perché legata non ad un monumento di guerra ma a un riferimento molto più efficace nella sua quotidianità: ad Andrea Bafile è dedicata la strada più importante di Jesolo Lido, la stazione balneare di Jesolo, la Cavazuccherina dell’epoca.

Il nome della strada, frequentatissima nel periodo estivo non solo dai residenti ma da turisti provenienti da tutto il Veneto e non solo, non si dimentica facilmente perché centralissima e ingresso delle maggiori vie di accesso alla spiaggia. Chi è stato almeno una volta a Jesolo ricorderà quasi certamente via Andrea Bafile, ma quello che non molti notano o ricordano è il busto in bronzo dell’eroe eretto in piazza Brescia e rivolto verso l’adiacente via Bafile. Questa memoria, per certi versi molto più significativa, è stata voluta dai Lyons e realizzata alla fine degli anni ’70. Anche se non imponente, essendo poco più dell’altezza naturale, la sua collocazione rende più efficace il messaggio per chi sa interpretarlo. Peccato che, in assenza di indicazioni e osservando la divisa della marina, si è indotti a pensare trattarsi di un eroe locale morto in mare! Informazioni un po’ più appropriate si potrebbero ottenere da chi ha frequentato ambienti militari, specie i Lagunari, perché la citata Caserma Bafile di Malcontenta è piuttosto nota. E’ lecito comunque nutrire dubbi sul fatto che gli stessi militari della caserma siano in grado di dimostrare la conoscenza di qualche maggiore informazione sull’eroe.

 

In questo quadro poco confortante dal punto di vista della diffusione di informazioni, può essere di sollievo considerare che gli avvenimenti dell’epoca, anche se non personalizzati in Andrea Bafile o altri eroi di guerra, sono ancora vivi nella popolazione e godono di indiscutibile rispetto. Questo atteggiamento consente anche oggi di trovare tracce originali di Andrea Bafile che possono essere facilmente individuate. Innanzi tutto si può individuare con buona approssimazione la zona in cui si è svolta l’ultima missione dell’eroe abruzzese: si tratta dell’ultima ansa del Piave prima di sfociare in Adriatico. Questa ansa che deviava il corso del fiume verso nord-est non esiste più. Forse a causa delle piene del Piave e forse pure per motivi di sfruttamento turistico, la penisola di Cortellazzo è stata tagliata per realizzare un’uscita diretta in corrispondenza dell’ansa. La vecchia foce, isolata dal fiume, è stata risistemata a porticciolo. Queste modifiche interessano tuttavia solo il tratto a valle della zona in cui sono avvenuti i fatti: la sponda sinistra del Piave in corrispondenza di Revedoli, dove Bafile è sbarcato per la missione esplorativa, e il tratto di fiume prospiciente, dove è stato mortalmente ferito in fase di rientro sono praticamente immutate.

Altro importante luogo della memoria è il cimitero marinaio di Ca’ Gamba, trasformato pochi anni fa in parco “Chico Mendes”. Della precedente destinazione a cimitero marinaio non vi è alcuna segnalazione ma nella trasformazione è stata mantenuta gran parte del muretto perimetrale originale. Si ha però l’impressione che anche queste ultime vestigia non resisteranno ad una successiva risistemazione del parco che, a giudicare dallo stato in cui versa, non dovrebbe risultare molto lontana. Una piacevole sorpresa, invece, è rappresentata dai due monumenti che celebravano il valore dei caduti nel cimitero di Ca’ Gamba. Con soddisfazione si può constatare che essi sono stati degnamente ricollocati a Jesolo Paese. Precisamente, il monumento del Comitato per le Onoranze ai Caduti in Difesa di Venezia si trova in Piazzetta Fanti del Mare, mentre il monumento eretto dai cannonieri navali con l’epigrafe di Gabriele d’Annunzio fa mostra di sé in piazza Matteotti.

Nicola Rocco Di Cocco

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