"Emozioni vere e cariche di pathos": il Modesto recitato di Fabio Di Cocco

Continua la nostra serie di approfondimenti dedicati al ricordo di Modesto Della Porta.

| di Silvia Garzarella
| Categoria: Personaggi
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A teatro, nelle piazze, nelle scuole e nelle sedi istituzionali, Fabio Di Cocco, direttore del Teatro del Giardino, da anni continua a dare voce alle parole di Modesto Della Porta. Solo lo scorso 6 febbraio debuttava sul palco del Cinema Teatro Garden il suo “TA-PÙ. Lu trumbone d’accumpagnamente”, uno spettacolo che ha interamente diretto e curato.

Come si trasforma una raccolta di poesie in uno spettacolo teatrale?

Non sempre è facile trasformare una raccolta di poesie, soprattutto se si tratta di un' antologia, in un testo teatrale. Bisogna scegliere con attenzione la tematica di fondo e cercare di mantenere, per quanto possibile, una linea narrativa unica. Nel caso di Modesto possiamo parlare di una silloge, una raccolta di opere di uno stesso autore che ci lascia vedere vari aspetti del suo pensiero e del suo modo di riproporre la realtà attraverso la scrittura. Sul “Ta-pù” il lavoro è stato abbastanza semplice, in quanto i componimenti in versi sono già dei piccoli copioni teatrali che hanno bisogno di un lavoro minimo per essere collegati in un’unica storia.

Com’è il tuo Modesto?

Il mio Modesto è attuale, contemporaneo, molto vicino ai giovani ai quali cerca di raccontare con il sorriso sulle labbra il mondo dal quale essi arrivano. Bisogna sapere quali sono le nostre radici per capire dove si vuole arrivare nel lungo viaggio di questa vita! Ai ragazzi Modesto piace, non solo per le sue battute e le sue storie. Io credo che attraverso la sua scrittura egli riesca a parlare il loro linguaggio, semplice ed immediato; una lingua che sa di casa, di famiglia, capace di evocare con pochi suoni sensazioni ed emozioni che sono radicati nel DNA di ogni guardiese, di ogni abruzzese.

Con il tuo lavoro hai dato voce alle poesie di Modesto non solo a Teatro ma anche nelle scuole e nelle piazze con letture ad alta voce dei singoli testi. Come ti approcci alla lettura di Modesto e che emozioni senti arrivare dal pubblico?

All’inizio ho provato a caricare sui testi un dialetto arcaico, con suoni sordi e articolati. In realtà il “Ta-pù” utilizza un dialetto più “pulito”, quello parlato nel centro storico, che contiene una sonorità ed un ritmo molto coinvolgenti e accattivanti. Utilizzando, dunque, una lettura che rispetti in modo quasi maniacale la sintassi recitativa del testo, gli stati d’animo e le emozioni di Modesto, attraverso i suoi personaggi, ci vengono restituiti in maniera formidabile. Appoggiando la recitazione su questi caratteri, le emozioni che vengono evocate nell’ascoltatore sono incredibilmente vere e cariche di pathos.

Che Modesto è quello che arriva ai più piccoli, figli di un mondo lontanissimo da quello di un piccolo sarto con la passione per la poesia?

Quando nelle scuole mi capita di incontrare i più piccini e di avere la possibilità di raccontare loro qualche episodio del “Ta-pù”, provo una gioia immensa nel vedere i loro volti sorridenti e i loro occhi pieni di meraviglia quando scoprono che ciò che gli ho recitato viene, in realtà, dalla voce di un “nonnetto” ultracentenario. Invito sempre i bambini a cimentarsi con la scrittura dialettale e, spesso, mi capita di organizzare in classe dei piccoli “certami poetici” con testi scritti da loro.

Quale poesia riscuote maggior successo davanti al pubblico e qual è a tua poesia preferita di Modesto Della Porta?

La più “gettonata” è sempre “La cocce di San Dunate” - che in realtà è di una drammaticità unica perché si tratta di una allegoria della vita di Modesto – seguita da “Serenata a mamme” (che io non considero tra le più interessanti) . La mia preferita è “Pace e Sonne”, poiché racchiude in pochi versi tutta la filosofia di vita del “perfetto guardiese”.

 

Ed eccola "Pace e Sonne", non potevamo non lasciarvi con le parole di Modesto: 

L'àvetra notte 'Ntonie di Fanelle

s'arisbijà sentenne nu remùre.

Smuvì la cocce, e tra lu chiare e scure,

vidì nu latre 'nche nu scarapelle,

 

che jave sbuscichènne le vedelle

dentr'a li stipe e pe' le tiratùre.

"Nu latre? Chi sarà 'stu puverelle!…",

 pinzà. Po' 'nche lu tone cchiù sicure:

 

"Gioie di zi' -je fece- giuvinotte,

ti pozza benedire la Madonne!

'N ci trove manche sale i' di jurne:

 

che pu' truvà' mo signurì di notte?"

S'ariccuccià la cupertòle atturne

e 'n santa pace aripijà lu sonne…

Silvia Garzarella

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